Era un tranquillo lunedì di ottobre quando, scrollando la mia app di Facebook, mi son ritrovato la bacheca invasa dalla faccia di Giancarlo accostata a quella di Emma Marrone. Cosa è successo? Ma soprattutto: chi è Giancarlo?
Giancarlo è un mio amico, persona ironica e piacevole da frequentare, detesta Emma Marrone ma mi stupisco un po’ nel notare che è vittima di uno shit storming in piena regola. Approfondisco un po’ e scopro che il programma televisivo Le Iene ha realizzato un servizio in cui una esausta Emma Marrone incontra, secondo il classico, ingannevole, copione mediaset, il suo più grande e spaventoso hater (o, evidentemente, l’unico che son riusciti a raggirare per portarlo a sua insaputa nel luogo dell’incontro): il mio amico Giancarlo, per l’appunto.

Già Giancarlo è stato costretto a chiudere il suo profilo Facebook, quindi evito di entrare nel dettaglio di questa faccenda specifica e del modo in cui Le Iene hanno, in maniera assolutamente cosciente, generato nei confronti del “terrificante hater” lo stesso identico fenomeno che avevano intenzione (giustamente) di stigmatizzare con il servizio. Questo episodio mi offre la possibilità però di parlare di questo aspetto della società attuale, che nei confronti dei personaggi pubblici si amplifica in maniera a volte preoccupante.

Un articolo di Annalisa Dall’Oca su Il Fatto Quotidiano (un po’ vecchiotto, ma sempre attuale), riporta i dati emersi da uno studio condotto dall’osservatorio Vox, insieme alle università di Bari, Milano e La Sapienza di Roma: “È un popolo nel popolo che spesso si nasconde dietro a un alias virtuale e quando appoggia le mani sulla tastiera, odia. Invoca Hitler se si parla di ebrei, biasima le donne quando vengono aggredite o uccise, grida ai “froci” se si discute di diritti lgbt, e pubblica tweet di fuoco contro gli immigrati. Gli esperti li chiamano internet haters, quelli che odiano su internet, uomini e donne, cioè, che col favore dell’anonimato utilizzano sul web un linguaggio violento. […] Per tentare di dare una dimensione al fenomeno, Vox, assieme alle università di Milano, Bari, e La Sapienza di Roma, ha analizzato, tra agosto 2015 e febbraio 2016, oltre 2,6 milioni di tweet riferiti alle 6 categorie più bersagliate dai messaggi offensivi, cioè le donne, gli omosessuali, gli ebrei, gli immigrati e i diversamente abili, considerando 76 termini ‘sensibili’ (come ‘troia’, ‘zoccola’, ‘frocio’, ‘rabbino’, ‘demente’ o ‘ritardato’)”.

Un mondo di “odiatori”, radicati ormai nella società, spalleggiati dal web e sfruttati dalla politica, dalle ruspe leghiste alle urla grilline. E la musica in tutto questo dov’è?
Se quello degli haters (passatemi il termine) generici è un popolo nel popolo, quello degli haters musicali è un popolo nel popolo nel popolo, una sottocategoria settorializzata ma molto agguerrita, fatta perlopiù dai musicisti stessi.

Come reagiscono gli artisti-vittime?

Sergio Sylvestre, ad esempio, fa una proposta concreta: "Quando sentite l'irrefrenabile spinta ad offendere una persona che non conoscete affatto per il suo aspetto fisico, per il suo colore di pelle, per la sua religione o orientamento sessuale, beh, fate marcia indietro, correte sulla pagina di qualcuno che vi piace ed impiegate quel tempo che altrimenti sarebbe sprecato a fargli i complimenti. Contribuirete così alla felicità di una persona e vi assicuro che vi sentirete meglio anche voi".

J-Ax e Fedez, ben più attenti al business, trasformano invece la spinta degli insulti in spettacolo, ospitando sul palco uno sketch in cui il web-comico Claudio Colica rivolge ai due frasi ingiuriose “estrapolate dai commenti sui social e dai giornali, ma chi dice queste cose di noi un tour così se lo sogna, quindi abbiamo deciso in questo modo di fargli vivere un palco del genere, che loro non vedrebbero neanche con un cannocchiale infilato nel culo” – racconta senza mezzi termini Fedez direttamente dal palco.

Oh, giornali. Sì perché con la crisi dell’editoria, i giornali che non si vendono più, la guerra sul web a suon di link e copy strappa-click, vince chi genera più interazione sui post social. E come fai a generare più interazione? SUA MAESTÀ LA POLEMICA! E la polemica, chiaramente, è il paradiso degli haters (ogni riferimento al Signore dei Flame Michele Monina è “puramente casuale”).

Non è mitomania, non è il tipo che si lancia con l’auto contro la casa di Eddie Vedder, né il folle che spara a John Lennon, non è stalking, non è neanche una patologia, è una valvola di sfogo anche laddove non c’è nulla in particolare da sfogare, anche per chi vive una vita serena, perché? Semplicemente perché possiamo farlo, perché tutto quello che non possiamo dire nella società “fisica”, possiamo dirlo in quella “virtuale” senza preoccuparci delle conseguenze, Marina Abramović docet.

L’insulto come mezzo per esprimersi, l’involuzione sociale e culturale inversamente proporzionale all’evoluzione tecnologica. Non regge più neanche il tema dell’anonimato, ormai il velo è caduto, ci sentiamo legittimati a scagliarci contro chiunque con il nostro nome e cognome, la nostra faccia e quella dei nostri familiari accanto, e quando lo faccio riceviamo in cambio lo stesso identico trattamento da chi si erge a paladino del buonsenso, in un circuito infinito che non lascia scampo a nessuno.

E voi, come vi difendete dagli haters?

Francesco Galassi

 

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