La scorsa domenica si è chiusa la ventitreesima edizione del Mei – Meeting degli Indipendenti di Faenza (Ravenna, Romagna).
Per chi avesse vissuto in un altro Paese negli ultimi vent’anni, dicesi Mei: il più longevo meeting del mondo musicale indipendente d’Italia, nonché il più discusso e criticato, soprattutto dagli stessi che poi ogni anno bussano alle porte Faentine per poterci essere. In questo il Mei è in assoluto lo specchio più veritiero del nostro mondo, dove lo sport nazionale è sputare nel piatto in cui si mangia.

Cercando articoli di commento al Mei mi sono però imbattuto in quello di Alex Bertozzi su Il Buonsenso, che prende a pretesto il Mei per parlare di… Thegiornalisti.
Lo sapete che c’è!? Bertozzi non poteva, oggi, fare collegamento migliore, perché se di Meeting degli Indipendenti dobbiamo parlare allora capire cos’è la musica indipendente oggi, dopo due decadi di Mei, è fondamentale.

Un universo che esiste da vari decenni, ma che negli ultimi anni, soprattutto grazie ad internet, è esploso nel circuito dei social e ha iniziato a raggiungere le radio italiane sempre con maggiore frequenza. Il termine ‘indie’ nasce come contrazione di ‘indipendente’, ed è quindi il fatto che tutta una serie di artisti non ha voluto firmare contratti con le major a plasmare quello che per molti versi diventerà poi un genere con sonorità e atteggiamenti spesso simili.

Poi però è successo qualcosa in Italia, con l’uscita di Aurora de I Cani prima e, soprattutto, di Mainstream di Calcutta poi, l’indipendente di colpo tira il freno a mano e sbanda verso qualcos’altro. “Si sente qualcosa, forse un occhiolino alla musica per così dire pop, si avvertono strategie perché le canzoni siano vendibili, apprezzabili dagli stessi che prima non avevano mai sentito nemmeno parlare della musica indie.

Questo processo si perfeziona e trova il suo spazio definito con i Thegiornalisti, band che dopo aver a lungo navigato nel mare indie si presenta prima a braccetto con Fabri Fibra nel video di Pamplona, tra modelle bellissime, e poi con la hit dell’estate: Riccione (Romagna. I casi della vita).

A fine giugno su YouTube viene pubblicato un nuovo singolo della band, ancora più estivo del precedente featuring: Riccione, dove l’estetica anni ’80, impersonata dalle sfumature Baywatch entra in una spiaggia romagnola gremita di ragazze. Le vecchie glorie indipendenti restano forse solo nel nome della band e in qualche rima come Berlino-panino. Cos’è successo? Quello che ci si sarebbe potuti aspettare. Quanti come me hanno augurato in questi anni alla musica indie di raggiungere la fama che quest’estate ha fatto Riccione (che al momento conta più di 40 milioni di visualizzazioni)? Eppure eccola qui la musica indie da radio: una caricatura di se stessa, con i bassi elettronici perché sia anche non dico ballabile, ma almeno ritmabile con lenti movimenti di spalle e bacino.

Eccolo il punto di svolta della musica indipendente, sono anni che ci chiediamo se si possa parlare ancora di musica indipendente in Italia, i Thegiornalisti ci hanno illuminato, ci hanno risolto l’arcano, e la risposta è: no!
Come ci suggerisce ancora Bertozzi: “penso che potremmo definire questo fenomeno di commercializzazione della musica indipendente effetto Thegiornalisti”.

Già a luglio Giovanni Flamini su ExitWell ragionava sul fenomeno Thegiornalisti: “Fino a qualche mese fa la situazione in cui si trovavano Tommaso Paradiso e i suoi era questa: avevano pubblicato un album che stava andando benissimo, avevano riempito due palazzetti dello sport, facendo esplodere nella realtà il titolo del loro disco, ed erano stati ospiti in svariate trasmissioni radio e tv. A questo punto della loro carriera, le opzioni erano due: continuare a fare la propria musica, fregandosene dei tempi del mercato e dell’hype, oppure pubblicare un tormentone per cementare ancora di più il successo dell’anno appena trascorso. Ovviamente, la scelta è ricaduta sulla seconda opzione. Ecco così il featuring con Fabri Fibra e, adesso, Riccione.

Flamini ci fa riflettere poi su un altro aspetto, ovvero quello dell’onestà. Per anni ci siamo raccontati che l’indie, a differenza del maintream fosse “onesto”, perché avulso dalle leggi del mercato.
Mentre Completamente Sold-Out, l’album uscito lo scorso ottobre, conservava ancora un pizzico di ipocrisia e voleva mantenere il piede in due staffe, quella della canzone d’autore e quella della piacioneria pop, Riccione è un pezzo onesto, trasparente, che dice niente di più di quello che dice e che non vuole essere niente di più di quello che realmente è. I Thegiornalisti hanno fatto finalmente coming-out. Come un figlio gay che ha finalmente trovato il coraggio di dichiararsi ai genitori.
E poi ancora: “Esiste veramente una differenza fra l’indie e il mainstream? E in cosa consiste quella sottile linea di confine che sancisce la differenza fra una cosa e l’altra?
I Thegiornalisti sono forse la cosa più onesta che si è vista nell’indie italiano negli ultimi anni.

Rolling Stone, a firma Andrea Girolami, invece analizza la figura di Tommaso Paradiso, simbolo di questo cambiamento epocale: “La sua parabola ricorda la scena iniziale del film Schindler List dove il protagonista arriva in città come un signor nessuno ma nel giro di una sera conquista le grazie dei gerarchi nazisti grazie al proprio savoir faire. Alla stessa maniera Paradiso si è affacciato nello showbusiness italiano dalla porta di servizio della scena indipendente (riuscite ad immaginare una posizione più scomoda?) ma attraverso la sola forza della sua personalità e un abile capacità di networking è riuscito a costruire l’interesse dei cosiddetti gatekeeper nei suoi confronti. […] Qualche anno fa si parlava molto proprio di come i social network avrebbero aiutato gli artisti ad essere più vicini al proprio pubblico disintermediando i rapporti tra star e fan. Qui però siamo ben oltre questa fase: Tommaso Paradiso è forse il primo caso di artista italiano ipermoderno.

A questo punto so già qual è la domanda che vi frulla in testa: cosa ce ne facciamo di un Meeting degli Indipendenti se la musica indipendente non esiste più?

Una delle critiche più forti rivolte al Mei è di non essere stato capace di adattarsi, di evolversi, di seguire i cambiamenti del mercato, e in parte forse è vero, ma, oggi come ventitre anni fa, il Mei ci mette davanti agli occhi tutti i nostri problemi, le nostre carenze, i nostri dubbi. Se c’è una cosa che il Mei ha portato a galla negli ultimi anni è il nostro senso di smarrimento, quella mancanza di punti di riferimento che ha portato non solo al caos totale, ma anche allo sfaldamento della categoria dei lavoratori della musica, che è il vero cancro del nostro ambiente: la guerra dei poveri.
La forza del primo Mei fu far vedere all’Italia che esisteva un mondo alternativo al mercato discografico canonico, la forza del Mei di oggi e far vedere a quel mondo quanto non abbia imparato nulla in vent’anni se non copiare il mainstream.

L’indie è al giro di boa, i Thegiornalisti ce l’hanno sbattuto in faccia.
Che facciamo? Giriamo?

Francesco Galassi

 

  • Nessun commento trovato
Aggiungi commento

Copyright © 2017 iCompany srl - P.Iva 13084581001. All Rights Reserved. Privacy Policy
Designed by ServiziMedia