Abbiamo parlato ampiamente della musica come lavoro, un aspetto che può risultare scontato per noi che ci viviamo dentro, non altrettanto per chi lo vede dal di fuori. Si tende a considerare il musicista solamente come un artista, una sorta di figura astratta, staccata dal reale, idealizzata, a volte divinizzata. Insomma tutto tranne una persona che, come si dice, deve arrivare a fine mese, pagare il mutuo, le tasse, fare la spesa, mandare i figli a scuola, gestire la sua attività di lavoratore autonomo (o di azienda, se parliamo di grandi artisti che muovono economie importanti). Un lavoro che non ha mai certezze, neanche (anzi soprattutto) quando sei in cima, sulla cresta dell’onda. Un lavoro che se non sei abile a gestire può portarti dalle luci della ribalta all’oblio del dimenticatoio in poco tempo.
Per chi ama visceralmente la musica più che un lavoro è una necessità, ma una necessità che costa sacrifici, sempre.

Si parla di psicologia del musicista solamente nei momenti drammatici e di alta risonanza, gli ultimi episodi di “suicidi illustri” con Chris Cornell e Chester Bennington hanno puntato i riflettori su un disagio che dovrebbe umanizzare l’artista, renderlo terreno, vulnerabile. Artisti affermati, iconici, ma schiacciati dalla pressione della propria condizione umana, sociale e professionale.
Un evento che considero emblematico in tal senso è la morte di Keith Emerson, suicida perché, alla veneranda età di 71 anni, un problema degenerativo alla mano ne limitava la possibilità di suonare. Un uomo che dalla musica aveva avuto tutto, considerato tra i migliori (se non il migliore) tastieristi della storia del Rock, un’icona, ma appunto un uomo, la cui passione più grande era minacciata dal suo stesso corpo.

Ma la “condizione del musicista” è appunto al centro dell’attenzione solo per i casi estremi e tragici legati a personaggi di fama, come se per gli altri fosse tutto una giostra felice fatta di libertà e di espressione artistica. In realtà una delle patologie più diffuse tra gli artisti è l’ansia: l’ansia di non riuscire, di non arrivare alle persone, di aver dedicato tutta la propria vita ad una cosa che di certezze te ne offre poche, l’ansia di confermarsi nel momento in cui sei alla ribalta, ma più in generale l’ansia che accomuna tutti (o quasi) gli artisti è legata al raggiungimento di una personale identità professionale. Essere considerati musicisti di professione, l’obiettivo primario e necessario per ogni ragazzo che inizia coscientemente la propria carriera musicale.

L’obiettivo nostro invece è quello di dare la giusta dimensione e dignità al mestiere di musicista. Questo significa responsabilizzare anche la fruizione, riflettere sul fatto che quella magia che si chiama musica, che ci coccola quando siamo giù, che ci carica quando abbiamo bisogno di energia o che ci fa compagnia mentre viaggiamo, non si autogenera ma è frutto di lavoro, di fatica intellettuale e fisica che coinvolge diverse figure professionali che con questo lavoro ci campano. Compreremmo i dischi con un altro spirito, andremmo ai concerti con un altro gusto, parteciperemmo in modo più efficace alla grande giostra che accompagna la nostra vita.

Poi ci siamo noi, gli “operatori del settore” (sembra il nome di una setta o una loggia massonica), che viviamo ansie simili a quelle del musicista, come per lui la musica è una necessità fisica e spirituale prima che un mestiere, ma lottiamo ogni giorno per l’acquisizione della nostra personale identità professionale, lavoriamo a cinque cose insieme per campare, viaggiamo in lungo e in largo, allacciamo rapporti e reti di contatti, tutto senza fermarci a pensare, perché fermarsi a pensare è psicologicamente pericoloso.
Ma proprio perché viviamo le stesse ansie e le stesse necessità dovremmo essere i primi a responsabilizzarci nei confronti del musicista, rispettare sempre la dignità del suo lavoro e della sua professionalità. L’artista è l’epicentro, questo spesso ce lo dimentichiamo.

Tutti noi, musicisti e operatori musicali, facciamo il lavoro più bello del mondo, rispettiamolo e rispettiamoci.

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