NO, NON STIAMO VIVENDO UN'ETA' D'ORO DELLA MUSICA

 

Negli ultimi giorni due cose ci hanno “sconvolto”: i Thegiornalisti hanno fatto sold out in due importanti palazzetti a Roma e Milano e Levante sarà giudice di X-Factor.
Tra i vari articoli, più o meno interessanti, mi imbatto in questo di Damir Ivic: www.redbull.com/it-it/la-musica-italiana-oggi. Sul momento mi dico “oh sì dai, alla fine effettivamente di che ti vuoi lamentare, sta andando bene, qualche anno fa una situazione così te la saresti sognata”. Poi ho preso il caffè.

Ora, senza voler smontare l’articolo in questione (che anzi mi trova d’accordo in diversi punti), l’immagine che ne esce è quella di un’età d’oro della musica italiana, ma analizziamola un attimo questa faccenda e proviamo a guardare il mercato discografico italiano dall’alto.
La prima cosa che salta all’occhio è che il mercato “discografico” italiano non esiste, perché non esiste più la discografia (vedi le due rubriche “Guida per Musicisti Contabili” e “I Segreti dei Professionisti della Musica” su questo stesso blog per approfondimenti). Quindi ripassiamo velocemente dal via e parliamo di mercato “musicale” italiano.

Oggi il mercato si basa soprattutto sull’esibizione dal vivo, dato che la vendita dei dischi è collassata e con la musica liquida (Spotify et similia) si guadagna relativamente poco.
La “gente” (questa entità astratta) pare essere tornata a popolare i concerti, ma di quali concerti stiamo parlando esattamente?
Mi ha colpito particolarmente la risposta di Cristiano Godano in una intervista su Sky Arte, a proposito del successo della sua e di altre band italiane di stampo squisitamente rock negli anni ’90 il leader dei Marlene Kuntz sosteneva che l’unica spiegazione plausibile è che “andasse di moda”.
Da che mondo è mondo la tendenza musicale di massa è dettata dalle mode (e/o viceversa), quindi la risposta alla domanda “come fa ad andare l’artista X?” è quasi sempre “va di moda!”.

Stiamo perdendo (fisicamente) i nostri migliori riferimenti musicale, con un 2016 che sarà ricordato per la “strage degli artisti” e un 2017 che non è iniziato particolarmente bene da questo punto di vista. Pochi giorni fa è morto un altro grande della musica rock, Chris Cornell, tra i massimi esponenti di quel movimento che chiamiamo Grunge.
Il Grunge a me piace parecchio, anche a voi piace, lo so, però ragazzi devo rivelarvi un segreto: il Grunge era una moda e durante i concerti dei Nirvana non si capiva una parola di Kurt Cobain (ogni riferimento a “il tizio Y non sa cantare” non è puramente casuale). E sapete cosa è stato una moda anche? Il Punk, i Sex Pistols sono stati una delle più ingegnose operazioni di marketing della storia. E se vi scandalizzate per la “musica di massa”, perché la gente è stupida e si beve tutto quello che gli propinano i media, ricordate che il primo fenomeno musicale di massa, il primo episodio e apripista per una serie di produzioni nate per generare mode, sono stati quei quattro che unanimemente consideriamo la miglior band di sempre: i Beatles.

E allora la domanda dovrebbe essere: è “la gente” che è tornata a popolare i concerti o semplicemente “la gente” è la stessa di sempre, che va a vedere solo ciò che è di moda, ed ora ce ne accorgiamo perché ciò che è di moda oggi è particolarmente vicino a noi?

Siamo quindi nell’età d’oro?
I dischi non si vendono, gli streaming pagano poco, la concorrenza in fatto di diritto d’autore è ancora un miraggio, non abbiamo una legge sulla musica (anche se ci stanno provando), sull’unica cosa che fa guadagnare gli artisti (i live) si fa Cartello come nello scandalo del secondary ticketing, la qualità in senso assoluto è mediamente bassa, ogni anno ordinanze comunali, eccessiva tassazione e regolamenti spesso troppo stringenti causano la chiusura di moltissimi live club, i festival aprono e chiudono di continuo a causa di mancati o ritardati versamenti di fondi pubblici, il giornalismo musicale è in coma, e mi fermo qui (per ora).

No, non siamo negli anni ‘70, non stiamo vivendo un'età d'oro, dire che questo sia un buon momento per la musica è come dire che sei benestante perché ti sei fatto un week end in spa con una offerta di Groupon.
Il punto è solo uno: la percezione che si ha. Abbiamo la percezione di vivere un'età d'oro perché "adesso tocca a noi", perché i Thegiornalisti noi li andavamo a vedere quando suonavano nei piccoli club, perché Levante l'hai intervistata con la webzine di tuo cugino quando ancora si girava solo se la chiamavi Claudia, perché "Motta? Eh certo, quello dei Criminal Jokers". È come quando da bambino ti senti grande perché per una volta tuo fratello decide di portarti con sé, a mangiare la pizza con i suoi amici. Ma la verità è che degli amici di tuo fratello la metà sono disoccupati, uno è laureato in ingegneria e serve colesterolo da McDonald's e uno è tornato da mamma dopo sei mesi fallimentari a Londra. Ma tu sei lì che ti dai un tono, provando ad abbozzare un discorso da adulto e simulando una sigaretta con i grissini.

Guardiamo le cose da una prospettiva più ampia. Ciò che manca completamente sono critica e analisi, tutto è mera opinione, il più delle volte faziosa o mirata a far parlare di sé (o contro qualcuno/qualcosa), e allora va bene tutto e il problema diventa che i sold out dei Thegiornalisti non sono veri, che Levante farebbe meglio a lasciare la musica e dedicarsi a Instagram (ogni riferimento al Signore dei flame e Arciduca del clickbaiting Michele Monina non è puramente casuale).

Siamo incapaci di godere delle cose positive è vero (molto vero), ma siamo anche incapaci di analizzare, di formulare un pensiero critico, di esporci e probabilmente siamo anche incapaci di riconoscere la qualità e distinguerla dalla mediocrità, perché, forse, siamo proprio noi ad essere mediocri.

Ah, dimenticavo, per piacere basta, non lo chiamate più Indie…

di Francesco Galassi

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