I SEGRETI DEI PROFESSIONISTI DELLA MUSICA


Il nuovo blog di iCompany dedicato agli operatori del settore

 

08  |  Un mondo di professionalità a portata di mano

Eravamo partiti da una domanda fondamentale: Come si diventa manager? O discografico, o stage manager, o agente di booking?
Chi meglio degli stessi professionisti per rispondere?!

Nella seconda parte dell’iBlog di iCompany dedicato alla formazione, ci siamo fatti spiegare il mercato del lavoro musicale da chi ce l’ha fatta, da chi oggi è un affermato e stimato professionista del settore e che ha vissuto in prima persona i cambiamenti radicali degli ultimi vent’anni.

Con Stefano Senardi abbiamo parlato del valore delle sensazioni e delle emozioni: “È un ambiente che è arrivato ad un punto di esasperazione, ci sono più analizzatori di dati informatici che persone di sensibilità artistica. Si lavora purtroppo più sugli algoritmi che sulle vibrazioni, sulle emozioni. Ricordiamoci sempre che parliamo di musica.”

Siamo entrati poi in discorsi tecnici e tecnologici con lo stage manager Toni Soddu: “Oggi i plugin simulano perfettamente il suono della macchina analogica, anzi hanno più possibilità della macchina analogica. Hai a disposizione centinaia di compressori, equalizzatori ecc. e puoi scegliere per ogni singolo strumento quale utilizzare e in che modo, questo fa del plugin uno strumento perfetto per trattare il suono.”

Abbiamo scoperto la regola delle 4C per l’ufficio stampa, con Riccardo Vitanza: “Per essere buoni comunicatori oggi, valgono le regole di ieri, come la regola delle 4C: Un comunicato ben scritto deve essere: Chiaro; Corretto; Conciso; Compiuto.”

Luca Nottola ci ha portato nel mondo e nelle difficoltà del live: “Un aspetto sicuramente negativo sono gli altri, i professionisti con i quali di confronti. Spesso quello musicale non si rivela come un bel ambiente, ci sono molti personaggi improvvisati, gente che non ha idea di come si lavori, che non sono né preparati né predisposti a questo lavoro”.

Abbiamo analizzato l’ambiente del giornalismo musicale con Federico Guglielmi, per scoprire cosa rende il gesto di scrivere una professione vera: “Bisogna tenere a mente alcune cose fondamentali: mai anteporre se stessi alla materia che si sta trattando, l’argomento deve essere sempre più importante del proprio ego, del proprio desiderio di apparire. E poi capire che quello che sai sarà sempre meno di quello che ci sarebbe da sapere. Questo, unito alla cura della lingua, del proprio modo di esprimersi, fa dello scrivere una professione vera.”

Con Valerio Soave ci siamo immersi nella dimensione del manager, con tutta l’umanità e la professionalità che lo contraddistingue: “Ricordiamoci sempre che stiamo parlando della vita degli artisti, tu magari hai dieci artisti, ma l’artista ha solo te e si fida di te, non importa se è piccolo o grande, nel momento in cui l’hai preso devi fare in modo che abbia il massimo dell’attenzione da parte tua. Questo è un concetto basilare. Non vendi saponette, stai lavorando con la vita e la carriera di una persona e le persone non sono un “prodotto”. Il discografico vende un prodotto, il disco, il manager gestisce una persona: è molto diverso.”

Infine abbiamo parlato ancora di live, ma dal punto di vista della direzione artistica, con Lele Roveri dell’Estragon di Bologna, con il quale abbiamo analizzato i cambiamenti del mercato degli ultimi anni: “Va da sé che tutto è dipeso da come è cambiato il mondo della musica in Italia, una volta crollata l’industria musicale per come la intendevamo prima, le discografiche stesse sono state portate a investire di più sul live perché ha dei margini di guadagni più ampi rispetto al disco, con conseguente vantaggio per il live. Il rovescio della medaglia è che la discografia che prima incassava dai dischi ora deve incassare dal live e quindi capita che chi fa questo mestiere non può più fare determinate band perché i loro live vengono prodotti direttamente dalla discografica o dall’agenzia di riferimento della discografica stessa.”

Un mondo di professionalità a portata di mano, il mondo del mercato musicale, il nostro mondo.

Francesco Galassi

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07  |  Lele Roveri - Il nuovo mercato musicale ruota intorno al live

Possiamo ormai dirlo senza timore di essere smentiti, senza scaramanzia: la gente, finalmente, è tornata a riempire i live club italiani. La discografia per come siamo abituati a pensarla è ormai un ricordo, con il risultato che tutto il mercato si basa ormai sul live, e allora ecco fioccare sold out, doppi sold out e file ai botteghini.

Il ruolo del direttore artistico diventa quindi fondamentale nel meccanismo del mercato musicale.
Ne abbiamo parlato con Lele Roveri, che venticinque anni fa esatti ha fondato a Bologna uno dei live club di riferimento in Italia: l’Estragon. Se volete vedere un concerto di livello nell’area di Bologna ci sono grosse possibilità che il vostro navigatore punti su Via Stalingrado 83, Estragon.

“A 18/19 anni ho iniziato lavorando ad eventi come servizio d’ordine, facchinaggio, roba così. Avevo la passione per la musica e mi cercavo qualche lavoretto in quell’ambito lì. Poi si è creata la possibilità, con un circolo universitario con il quale si faceva attività di piccoli concerti, di creare il Circolo Arci Estragon, era il ’92. Abbiamo iniziato con piccoli gruppi locali, l’attività poi è cresciuta e dopo 4/5 anni abbiamo fondato una cooperativa per costruire una struttura che potesse diventare professionalmente importante ed essere il nostro lavoro, quindi da Circolo Arci l’Estragon è diventato un live club a tutti gli effetti, siamo passati ad una struttura da settecento posti, per poi arrivare nel 2006 nel locale dove siamo ora che sono duemila mila posti.”

È cambiata la scena musicale dal ’92, radicalmente, la bilancia si è spostata molto sul live, che oggi è la prima fonte di guadagno.
“La scena della musica dal vivo è cambiata in maniera sostanziale, c’è una quantità di prodotti in uscita molto maggiore rispetto a 10-15 anni fa e questo è positivo e negativo allo stesso tempo, nel senso che c’è molta più offerta e bisogna essere molto più attenti, allo stesso tempo è una risorsa infinita, quindi il lavoro è anche paradossalmente più facile.
Va da sé che tutto è dipeso da come è cambiato il mondo della musica in Italia, una volta crollata l’industria musicale per come la intendevamo prima, le discografiche stesse sono state portate a investire di più sul live perché ha dei margini di guadagni più ampi rispetto al disco, quindi hai un alto numero di band che non avremmo mai definito “commerciali”, ma che stanno invadendo le radio commerciali, con conseguente vantaggio per il live perché tutto quello che prima veniva racchiuso nella “nicchia” della fascia indie o alternativa che dir si voglia, oggi viaggia su canali commerciali e diventa quasi mainstream, questo chiaramente sta facilitando un po’ il nostro lavoro.
Il rovescio della medaglia è che la discografia che prima incassava dai dischi ora deve incassare dal live e quindi capita che chi fa questo mestiere non può più fare determinate band perché i loro live vengono prodotti direttamente dalla discografica o dall’agenzia di riferimento della discografica stessa. L’Estragon ha la fortuna di essere l’unico locale della zona con un capienza tale da fare determinati artisti, diventiamo praticamente un passaggio obbligato.”

E allora il ruolo del direttore artistico diventa ancor più fondamentale, un lavoro difficile ma affascinante.
“L’aspetto migliore di questo mestiere è certamente che se hai una grande passione per musica la scena è talmente vasta e in continua evoluzione che riesci a trovare sempre cose nuove che ti appassionino. Resta però un mestiere molto difficile, quello che regola il rapporto tra artista e promoter, ovvero il contratto, è quasi sempre sbilanciato a favore dell’artista e mai del locale e capita molto spesso che gli artisti non si rendano conto che il mondo è cambiato e che spesso le cifre che chiedono non sono proporzionate a quello che dice il botteghino.

A chi vuole fare questo lavoro io consiglio di partire facendo piccoli passi, non fare il passo più lungo della gamba, perché è un lavoro difficile, con rischi economici alti, quindi è sempre meglio partire con piccole esperienze, ché più grande è il salto più si rischia di farsi male.”

Un mondo, quello del live, destinato a crescere ancora, con i live club sempre più centro del mercato musicale ed il direttore artistico sempre più figura cardine.

Il segreto di Lele Roveri?
“Sviluppare, nel lavoro, le proprie passioni.

Francesco Galassi

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06  |  Valerio Soave - L'enciclopedia del management

Afterhours, Bluvertigo, Subsonica, Massimo Volume, solo per citare alcune band che devono molto del loro successo alla Mescal di Valerio Soave. Più che un manager Soave è una enciclopedia vivente della scena italiana dagli anni ’90 a oggi, uomo capace di unire uno spiccato talento nell’individuare le potenzialità degli artisti alla capacità di svilupparle e gestirle per rendere un progetto musicale un successo.

“Tutto partì dall’amicizia con Luciano Ligabue, all’epoca ero un legale, non mi occupavo di musica, all’inizio della sua carriera Luciano aveva bisogno di assistenza legale e mi sono specializzato in diritto d’autore, contratti discografici ecc. per assisterlo. A poco a poco è nata questa collaborazione che poi ha portato alla nascita, in società con lui, della Mescal, nel ’93.

All’inizio Mescal non era un’etichetta, era una società che si occupava prevalentemente di produzione esecutiva dei progetti che ritenevamo interessanti, ma non investiva denaro sull’artista, i soldi li mettevano le case discografiche, in più lavoravo su Ligabue come manager. Poi dopo “Buon Compleanno Elvis” Luciano decise di staccarsi dalla Mescal, per un periodo continuai a seguirlo ma l’impegno che richiedeva non mi permetteva di dedicarmi come volevo a quegli otto/nove artisti che avevamo preso e nel ’96 lo lasciai.

Nel ’97 Mescal divenne effettivamente un’etichetta, dato che per alcuni artisti su cui puntavo molto non ero riuscito a chiudere contratti discografici decisi di produrli in toto, ma era sempre una struttura che si occupava principalmente di creare progetti musicali, gestendo tutto dalla A alla Z. Così ho fatto i Subsonica, Cristina Donà, i Bluvertigo, gli Afterhours, i Massimo Volume, trasformando il puro management in etichetta a 360°, passando da 3 persone di staff a 17. Nel periodo più florido, che coincide con gli anni del “Tora! Tora!” (festival itinerante con la direzione artistica di Manuel Agnelli), arrivammo a 30 persone di staff e sono passato da manager a coordinatore di una struttura che copriva veramente ogni aspetto legato all’artista (booking, promozione, marketing, produzione, video, ufficio stampa ecc.) e tutti prendevano parte a tutte le fasi del lavoro, interagendo: un periodo molto bello e stimolante.”

Per alcuni anni poi Valerio Soave, per motivi personali, si distacca un po’ dal lavoro con la Mescal. Torna ad occuparsi di management nel 2011 e in una situazione discografica inevitabilmente cambiata.
“Chiaramente l’avvento della musica digitale gratuita ha cambiato le carte in tavola, da Napster in poi, un fenomeno che fu ampiamente sottovalutato dalle multinazionali, ed è mancata proprio la preparazione anche professionale per affrontare la situazione, è l’impreparazione che ha generato questa profonda crisi.
Poi l’imperversare dei talent, dove la tv crea prima la notorietà in modo che la discografia possa investire su un personaggio già noto, è semplicemente un sistema per saltare passaggi e per facilitare le cose, ma alla fine la gente non la inganni, puoi ingannare la ragazzina che sul momento segue l’artista, ma anche lei dopo due anni lo dimentica perché ce n’è uno nuovo. Non stiamo parlando più di musica però.”

Ma le regole di un buon manager valgono ieri come oggi.
“Nel momento in cui ti approcci a questo lavoro non puoi improvvisarti, il manager non è il segretario dell’artista, devi avere la capacità di studiare le caratteristiche del progetto, l’attitudine che ha l’artista di arrivare alla gente, il carisma che può avere sul palco e fuori dal palco e soprattutto se ha qualcosa da comunicare e studiare strategie di crescita per il progetto.
Ma un manager dovrebbe avere anche, quantomeno, una conoscenza approfondita della contrattualistica ed è vero che ci son gli avvocati per quello, ma gli avvocati non hanno senso pratico, il manager deve andare a fondo nel dettaglio e riuscire a legare la parte legale alla parte pratica del contratto.
Poi bisogna conoscere il mercato, per capire il valore vero di un artista, a livello discografico, live ecc.
Quindi intendiamoci bene su cosa significa “manager”, perché se tu fai solo assistenza e non dai un vero valore aggiunto per quale motivo un artista dovrebbe firmare un contratto con te?”

Un rapporto che si basa soprattutto sulla fiducia reciproca con l’artista.
“Ricordiamoci sempre che stiamo parlando della vita degli artisti, tu magari hai dieci artisti, ma l’artista ha solo te e si fida di te, non importa se è piccolo o grande, nel momento in cui l’hai preso devi fare in modo che abbia il massimo dell’attenzione da parte tua. Questo è un concetto basilare. Non vendi saponette, stai lavorando con la vita e la carriera di una persona e le persone non sono un “prodotto”.
Il discografico vende un prodotto, il disco, il manager gestisce una persona: è molto diverso.

Poi nel rapporto con l’artista la cosa più complicata è far capire l’importanza del tuo lavoro, che spesso è un lavoro oscuro, di studio delle strategie, se non fai capire all’artista il valore aggiunto che dai rischi di patire degli abbandoni che per te rappresentano una irriconoscenza, devi essere preparato.
Per questo tra l’artista che si disinteressa degli aspetti che curi tu e quello che invece è partecipe e magari propone anche delle sue soluzioni, io preferisco il secondo, perché ti offre l’opportunità di dare peso e valore al tuo lavoro.”

Quello che colpisce della visione di Soave è la semplicità dei concetti che esprime, una semplicità che va con estrema concretezza all’osso della questione, senza sovrastrutture mentali, senza voli pindarici.
Penso che chiunque abbia il desiderio di fare il manager dovrebbe farsi una sana chiacchierata con Valerio Soave.

Il segreto di Valerio Soave?
“Ragionare sempre su ogni risvolto possibile di un'azione, diretto o collaterale che sia.
Ogni azione ha delle conseguenze e ogni conseguenza deve essere sempre valutata nel dettaglio.”

Francesco Galassi

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05  |  Federico Guglielmi - Ridiamo dignità al mestiere di scrivere

Immagino che voi non abbiate un paio di giorni da dedicare esclusivamente alla lettura di questo articolo, vero? Ok dai, cercherò di essere stringato, difficile dato l’argomento (al quale sono particolarmente legato, per forza di cose) e dato il protagonista della puntata di oggi.

Parliamo di informazione, parliamo di giornalismo musicale e lo facciamo con Federico Guglielmi.
Per chi negli ultimi quarant’anni avesse vissuto in un altro Paese, Guglielmi è giornalista musicale tra i più longevi e influenti della sua generazione, ha raccontato attraverso i suoi articoli, approfondimenti, libri, riviste e programmi radiofonici buona parte della musica alternativa e underground estera e nostrana, da Il Mucchio Selvaggio ad AudioReview, da Velvet a Mucchio Extra (da lui stesso fondate) passando per Rockstar, Rockerilla, Rumore, Blow Up, Classic Rock e altre testate che hanno fatto la storia dell’informazione musicale italiana.

“A metà anni ‘70 son nate le prime emittenti private, non avevo neanche diciassette anni quando ho iniziato a fare trasmissioni radiofoniche. Ero appassionato di punk, new wave e altre musiche all’epoca “sommerse”, e quindi nel 1979 mi proposi al Mucchio Selvaggio, che se ne occupava pochino. Sul piano della scrittura ero corretto ma didascalico, noioso, ma avevo una buona competenza su temi che in pochi conoscevano e quindi mi sono ritagliato spazi sempre più ampi. Poi ho iniziato a collaborare con altri periodici, ho curato e condotto tanti programmi in Rai, cosa che faccio tuttora, ho scritto tanto, ho inventato riviste e parti di riviste, vivendo dall’interno cambiamenti musicali epocali.”

Un periodo fertile per l’editoria musicale, quello a cavallo tra i ’70 e gli ’80: c’era voglia di leggere di cose nuove, c’era voglia di scriverne e diffonderle. Da una decina d’anni è cambiato tutto.
“Quando ho iniziato ci si campava, il mercato dei dischi e delle testate specializzate funzionava e il non essere pagato non era un’opzione contemplata. Potevano darti di più o di meno, ma sbattendosi un po’ poteva essere un lavoro “vero”. Oggi un free-lance, quando viene pagato (perché non è neanche detto), percepisce meno di venti euro a cartella, che fatte le debite proporzioni sul valore d’acquisto del denaro è meno della metà di quando ho cominciato.
Fino a quando Internet non è diventato un contenitore infinito di materiale totalmente gratuito, le riviste e la radio erano l’unica fonte di informazione. Tutti si lamentavano di vendere sempre “troppo poco”, ma si vendeva. La Rete ha portato un’infinità di vantaggi e di comodità, perché consente di avere costantemente sotto mano, e gratis, tutto quello che può servire, ma in pratica ha distrutto la “specialità” di quelli che, come me, avevano passato decenni ad accumulare dischi, libri e giornali allo scopo di possedere conoscenze approfondite. È chiaro che la conoscenza acquisita gradualmente è diversa da quella che si può ottenere assaggiando in mezz’ora un’intera discografia su Spotify e consultando Wikipedia, ma dato che l’attenzione del pubblico è calata e l’informazione richiesta è più superficiale, i professionisti sono meno richiesti. Per tanti editori o mestieranti del settore va bene quasi chiunque, basta che sia appena decente e soprattutto che non pretenda di essere pagato.

Io ho il vantaggio della “memoria storica”, perché c’è comunque gente interessata ai racconti sulla musica scritti, magari bene, da qualcuno che certe storie le ha vissute. Peccato che tanti, anche competenti, pensino che i professionisti non servano più, perché “tanto il web dice tutto”. 

Quale futuro, quindi?
"Grigio. Spero che a qualcuno rimarrà sempre la voglia di leggere cose di un certo livello, di qualità, approfondite, ben scritte, abbastanza da poter far sopravvivere il mio lavoro. Spero che la gente si stufi di leggere in Internet dozzinalità copiancollate e cerchi, non solo su carta ma anche sulla stessa Rete, informazione qualificata… che però in qualche modo deve portare un compenso a chi la offre. Per le riviste cartacee, la vedo dura: qualcuna rimarrà magari cambierà forma, non credo nella scomparsa totale ma in un mercato ristretto di nicchia. Magari riviste fatte molto bene, molto curate, a un prezzo alto, con una periodicità più dilatata. Dal punto di vista personale, tutto sommato, me ne infischio: sto per compiere cinquantasette anni, mi basta tener duro per relativamente poco. Il problema è per chi di anni ne ha trenta, arduo che possano gestire questo lavoro nello stesso modo in cui finora l’ho gestito io.”

Certo non un quadro rassicurante, il giornalismo musicale si rivolge ad un pubblico sempre più esiguo, le economie sono in calo, la professionalità si abbassa di conseguenza, ma l’unica via rimane sempre e comunque mantenere alta la qualità.
“È cambiato tutto e in qualche modo cambia anche l’approccio. Un tempo si consigliava cosa comprare, oggi che le nuove produzioni sono infinitamente più di prima, il lavoro è consigliare cosa ascoltare e fornire chiavi di lettura storiche e culturali per ascoltare in modo giusto. Questo, però, presuppone l’esistenza di persone che nella musica vedono “cultura” e non solo uno svago o un sottofondo.

Questo è un lavoro bellissimo, è dinamico, ogni giorno c’è qualcosa di nuovo, non hai orari e quindi alla fine lavori sempre ma non ti pesa, perché da appassionato è un privilegio essere a contatto con gli artisti e con le dinamiche dell’ambiente. Il motore di tutto è la passione, poi la soddisfazione di quando magari scopri che qualcuno ha conosciuto grazie a te musica e “mondi” che gli hanno cambiato la vita, o il musicista che ti fa i complimenti per come hai trasposto in linguaggio scritto l’intervista che gli hai fatto.

Bisogna però tenere a mente alcune cose fondamentali: mai anteporre se stessi alla materia che si sta trattando, l’argomento deve essere sempre più importante del proprio ego, del proprio desiderio di apparire. E poi capire che quello che sai sarà sempre meno di quello che ci sarebbe da sapere. Questo, unito alla cura della lingua, del proprio modo di esprimersi, fa dello scrivere una professione vera.”

Il giornalista, insomma, non è “uno che scrive”. Ridurre un mestiere nobile come questo a un mero e meccanico atto è forse il delitto peggiore di questi ultimi anni, che è certamente concausa anche di un certo disamoramento nei confronti della critica musicale e dell’informazione musicale più in generale.
Ripartiamo da noi stessi per ricostruire un tessuto fertile, curando il nostro lavoro senza calcoli e senza pensare se ne valga la pena.

Il segreto di Federico Guglielmi?
“Documentarsi sempre, non dare mai nulla per scontato, essere attenti e seri.
Insomma, dare dignità al proprio lavoro, anche se farlo bene può comportare sacrifici.”

Francesco Galassi

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04  |  Luca Nottola - Dalla parte dell'artista

Mai come in quest’epoca il live è il fulcro dell’economia musicale, ne abbiamo già ampiamente parlato, diventa fondamentale allora andare a scoprire dall’interno quali sono le suggestioni e molle che muovono le professionalità che lavorano in questo campo.

Luca Nottola fonda nel 2004 Area Live, società di produzione concerti e promozione di eventi. Tra gli artisti curati dalla società napoletana Almamegretta, James Senese, Peppe Servillo, Maldestro e molti altri progetti di spicco della scena cantautorale e folk partenopea.

Una professione, quella di Luca Nottola, nata come naturale evoluzione della sua attività di musicista, integrata ad arte con competenze ed esperienze extra musicali.
“Durante gli anni ’90 cantavo in una band e grazie a questo ho iniziato a capire i meccanismi, ad acquisire contatti e quando il gruppo si è sciolto mi è venuto naturale iniziare a lavorare con alcuni gruppi napoletani, tra i quali 99 Posse e Almamegretta, ma in realtà è stato un mix di cose, perché oltre a fare il musicista lavoravo in banca, quindi ho unito le competenze dei due settori. Tra nozioni di contabilità e amministrazione e contatti nel campo musicale ho aperto Area Live con alcuni amici.”

Quando si è a contatto con musicisti, di qualsiasi livello, l’approccio è fondamentale. Se c’è una cosa che fa la differenza è comprendere le necessità e trovare il modo di soddisfarle.
“Una cosa fondamentale da tenere a mente è che l’artista è il centro del lavoro. Bisogna avere coscienza delle necessità degli artisti e cercare di soddisfarle, nei limiti del lecito chiaramente. Ma questo vale per qualsiasi lavoro, se ci pensi, se viene il piastrellista a casa non lo tratti male, lo metti in condizione di svolgere al meglio il suo lavoro: questo è fondamentale.”

Un lavoro fatto sostanzialmente di contatti, da curare, da ampliare in continuazione. Questo ti porta inevitabilmente a viaggiare molto e ad interagire con un alto numero di professionalità, o presunte tali.
Se ti piace la vita on the road è bellissimo, certo un lavoro che ti porta in viaggio in continuazione ti toglie alla famiglia, agli amici, alla tua città, è un prezzo che bisogna essere disposti a pagare: questo può essere considerato l’aspetto migliore come il peggiore, in egual misura.
Un aspetto sicuramente negativo invece sono gli altri, i professionisti con i quali ti confronti. Spesso quello musicale non si rivela come un bel ambiente, ci sono molti personaggi improvvisati, gente che non ha idea di come si lavori, che non sono né preparati né predisposti a questo lavoro.

Un universo fatto di una infinità di piccoli e grandi promoter, locali, regionali, nazionali, che compongono un quadro spesso difficile da interpretare, figuriamoci prevedere il prossimo futuro.
“Non riesco a figurarmi bene il futuro, io sarò in pensione tra cinque anni (ride).
Lo vedo sicuramente più professionalizzato, quando ho iniziato io non c’erano scuole, oggi ci sono corsi anche all’università che aprono a questo tipo di lavoro, le stesse società fanno stage grazie ai quali i ragazzi possono imparare a muoversi, e poi con internet è anche facile reperire le nozioni di base.
Di contro le economie sono sempre minori, nel mercato musicale in genere, ed è probabilmente per questo che alcune figure spariranno, come i piccoli promoter locali, ad esempio. Potrebbe essere però una occasione per chi vale davvero di emergere. Vedi il lavoro fatto con Maldestro, è l’esempio di come un piccola struttura indipendente, insieme al grande talento di un artista (senza il quale non si va da nessuna parte) riesca a competere con le major: questo sarà sempre più possibile in futuro.”

Un mediatore, un punto di contatto essenziale tra l’artista e il promoter: l’agente di booking riveste un ruolo fondamentale nello scacchiere musicale, un ruolo complicato, difficile anche da intraprendere, dove i professionisti di spessore sono merce rara. 

Il segreto di Luca Nottola?
“Lavorare sempre. Non ti puoi fermare mai.”

Francesco Galassi

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03  |  Riccardo Vitanza - L'arte di comunicare

Quando si parla di ufficio stampa musicale un nome su tutti viene subito in mente: Parole & Dintorni di Riccardo Vitanza.
Gestisce (o ha gestito) la comunicazione degli artisti italiani di maggior rilievo da Ligabue a Francesco De Gregori, passando per Zucchero, Vinicio Capossela, Litfiba (solo per citarne alcuni) e per alcuni tra i maggiori eventi musicali del Paese.

Quando si dice “farsi da sé”, Riccardo Vitanza arriva in Italia con la sua famiglia dall’Eritrea nel ’76.
“Arrivammo a Roma e non avevamo nulla, i miei fratelli lavoravano in fabbrica per poter sostenere la famiglia. Nell’84 mi trasferii a Milano per studiare, ma mollai per un lavoro da copy writer in una agenzia pubblicitaria, un anno dopo cominciai a lavorare per una discoteca di musica africana, lo Zimba, curavo la loro fanzine e la corrispondenza burocratica e dopo un po’ mi chiesero di fare anche l’ufficio stampa.”

Un’epoca molto lontana dall’attuale, pre-internet.
“Cercavo le informazioni in biblioteca, su libri e giornali, se non trovavo nulla inventavo.
Nel ’90 aprii il primo ufficio per promuovere concerti allo Zimba ma anche di altri artisti: Ramones, Blur, Cramberries, poi nel ’93 chiusi il primo contratto con Heineken per la sponsorizzazione dell’Umbria Jazz Winter, da allora ho fatto festival, tour ed eventi di ogni tipo e iniziato a seguire artisti da Jovanotti a Giorgia, a Pino Daniele.”

Un ambito che è cambiato molto quello della comunicazione, certo, ma per il quale i princìpi sono sempre gli stessi.
“La funzione più rilevante di un ufficio stampa e quella di selezionare il flusso di informazioni provenienti dall’artista e tradurla in notizie interessanti. Chi dialoga con i media deve essere un bravo comunicatore, sfruttando le sue conoscenze e le sue capacità professionali, ma anche un abile mediatore ed essere un po’ psicologo, ma le doti veramente essenziali per diventare un buon addetto stampa sono: intelligenza, cultura, diplomazia, versatilità, curiosità e fame di sapere.”

Un lavoro fatto perlopiù di interazioni personali, di rapporti che vanno equilibrati, ben bilanciati.
Fra ufficio stampa e giornalista deve nascere un rapporto di mutua assistenza, fatta di piccoli e tranquilli favori reciproci ma sempre nel rispetto della deontologia professionale e in un’ottica di informazione corretta e obiettiva, non è soltanto sulla base di relazione personali che si instaura un dialogo con i media, ma sulla professionalità e conoscenza degli strumenti di comunicazione.”

Un ambiente che l’evoluzione digitale ha cambiato, in peggio.
“Internet e la crisi hanno accentuato la sciatteria e il pressapochismo nel mondo dell’informazione. Non c’è più la cura di una volta, nessuno verifica più le fonti, c’è sempre meno voglia di “soffrire”, di impegnarsi e guardare avanti.”

Ma per essere buoni comunicatori oggi, valgono le regole di ieri, come la regola delle 4C.
“Un comunicato ben scritto deve essere: Chiaro; Corretto; Conciso; Compiuto.
E devi essere serio, se un giornalista capisce che sei serio sarà più invogliato a pubblicare le tue notizie.”

La forza della comunicazione, oggi più che mai. Il potere di rendere un artista popolare, portarlo sulla bocca di tutti, rendere il suo lavoro visibile, ma senza tralasciare il fatto che alla base ci deve essere un prodotto valido, perché come ci tiene a precisare Vitanza “se il prodotto non funziona, non c’è ufficio stampa che tenga”.

Il segreto di Riccardo Vitanza?
“Essere forte con i forti e debole con i deboli.”

Francesco Galassi

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02  |  Toni Soddu - Lo stage manager che ascolta

Secondo appuntamento con i professionisti della musica, questa volta un tecnico, Toni Soddu, che dal 1979 tramuta l’energia e la passione dei musicisti in esperienza acustica per il pubblico.
Dalla WILDER di Parma (la prima società di noleggio service in Italia) fino ai più grandi e importanti palchi del Paese: Primo Maggio di Roma, Festival di Sanremo, Mtv Awards, David di Donatello, Musicultura, Umbria Jazz, Heineken Jammin Festival, Live 8, Festivalbar, solo per citarne alcuni. E poi artisti italiani e internazionali, da Peter Gabriel ai Red Hot Chili Peppers, passando per Pearl Jam, Iggy Pop, Muse e tantissimi altri.

Tra le professioni del mondo musicale quella dello stage manager è tra le più importanti e fondamentali, soprattutto in un contesto storico in cui la dimensione live rappresenta ormai il business principale che muove tutto il meccanismo musicale.
“Quando entrai in questo mondo non avevo conoscenze tecniche, però nel tempo libero andavo a lavorare come riparatore di Hi-Fi in un negozio, con la persona che mi insegnò tutto, Sergio Canini proprietario de Il Musichiere. E da lì iniziai a mettere le mani sulle macchine e le attrezzature audio, seguendo anche alcuni musicisti per piccoli concerti.
Poi andando a vedere i concerti di altri iniziai a capire come funzionavano i grandi eventi, conobbi una persona che lavorava alla Davoli e gli chiesi se per caso avevano bisogno di un tecnico, inteso come riparatore. Andai così a Parma a lavorare alla WILDER, società collegata alla Davoli, prima in Italia che all’epoca faceva noleggio di impianti per concerti. Un servizio che non esisteva prima.”

Un mestiere artigianale all’epoca, che si imparava sul campo.
“Non sapevo nulla e non c’era modo di informarsi più di tanto sulla carta stampata, dovevi andare ai concerti, guardare, ascoltare, capire.  La molla che ti fa fare questo lavoro è la musica però, non le macchine, e ci son voluti sei o sette anni prima di capire che avrei fatto questo di lavoro per tutta la vita.”

Un ambito quello dei service che chiaramente evolve e muta in modo direttamente proporzionale all’evoluzione tecnologica della strumentazione.
“Già nel corso degli anni ’80 il mercato dei concerti si era fatto più specializzato e le macchine erano già molto più evolute, ci fu un vero e proprio boom. Da lì il mercato ha sempre vissuto una grande evoluzione tecnologica continua, molti sistemi che utilizziamo adesso saranno soppiantati, l’altoparlante che è lo strumento principe di diffusione ha ottanta anni, è probabile che sarà sostituito da altri sistemi di trasduzione nel prossimo futuro.
Grandi cambiamenti sono già in atto anche sugli ingombri e i pesi delle apparecchiature, i banchi diventeranno delle superfici di controllo, i plugin simulano ormai perfettamente il suono della macchina analogica, anzi hanno più possibilità della macchina analogica. Oggi hai a disposizione centinaia di compressori, centinaia di equalizzatori ecc. e puoi scegliere per ogni singolo strumento quale utilizzare e in che modo, questo fa del plugin uno strumento perfetto per trattare il suono.”

Se il live è il fulcro del business musicale odierno, allora deve essere una esperienza unica e sofisticata.
“Il mercato si sta complicando molto, guarda gli impianti luci, sono diventati complicatissimi, roba da NASA. Basta dare un occhio a TAIT, leader indiscusso nelle strutture degli show internazionali. Questo perché il mercato del live è diventato centrale per importanza. Quando ho iniziato era la sorella povera del disco, l’importante era fare i dischi, oggi è il contrario, gli artisti campano con i concerti perlopiù. Quindi il mercato continuerà con l’evoluzione dei sistemi per rendere i concerti esperienze uniche e sofisticate.”

Un mestiere a volte ingrato e che non dipende solo dalle tue forze e dalle tue competenze.
“Può succedere che ti capitino musicisti poco esperti, e tu sei dipendente dal risultato della musica suonata e non puoi trattare quelli bravi allo stesso modo di quelli meno bravi. I musicisti dovrebbero sapere cosa stanno facendo sul palco, altrimenti va a discapito del tecnico che è lì a fornire la sua opera. Lo studio e la pratica dello strumento è una parte fondamentale della riuscita di un concerto.”

Riuscire a trasmettere al pubblico le giuste vibrazioni, interpretare e riuscire a restituire le sensazioni e le suggestioni in maniera fedele, in un mondo che si fonda sull’esibizione live: l’alchimia del suono.

Il segreto di Toni Soddu?
“Ascoltare, sempre.
 Se ascolti capisci, se ascolti le persone, i suoni, i files audio in streaming, e leggi le informazioni, anticipi anche i problemi e li risolvi prima che si presentino.”

Francesco Galassi

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01  |  Stefano Senardi - La discografia dei sentimenti

Iniziamo questo percorso nel mondo delle professioni musicali con Stefano Senardi, una straordinaria carriera discografica tra Cgd Sugar negli anni ’80, poi in Cgd East West, fino a diventare il presidente della Polygram Italia. Sul finire degli anni ‘90 ha creato la NUN Entertainment, con Domenico Procacci ha diretto Radio Fandango oltre ad essere stato consulente discografico per la Sugar di Caterina Caselli.
È stato responsabile musicale del progetto “Puglia Sound”, docente di comunicazione e marketing di musica presso l’Università Cattolica di Milano, e consulente e autore di programmi televisioni come Che tempo che fa, X Factor, Unici, e più in generale per Rai Due e Sky Arte.
È stato membro della Commissione Artistica Rai per il Festival di Sanremo 2015 e attualmente è direttore artistico di Area Sanremo.

Il quadro che ci dipinge Senardi è quello di una discografia lontana da quella che ha conosciuto ai suoi inizi, un mondo notevolmente mutato negli anni attraverso grandi rivoluzioni, tecnologiche e concettuali.
“Quando ho iniziato io questo lavoro si poteva fare anche rispondendo a un annuncio sul giornale” – ci dice – “Avevo una grande passione per la musica, ma non avevo assolutamente i requisiti richiesti dall’annuncio. Cercavano residenti a Bologna, lingua inglese, auto propria, milite esente, io non avevo nessuna delle quattro caratteristiche ma evidentemente li ho convinti con la passione, hanno capito che per me era qualcosa di imprescindibile.”

Oggi Stefano Senardi è un rispettato e affermato professionista della musica italiana, acuto talent scout, richiestissimo consulente, ma ogni grande percorso inizia da un blocco di partenza umile, dove il carattere e la volontà di mettersi in gioco sono elementi fondamentali.
“I primi cinque mesi ho dovuto comprare una macchina, ho fatto 75mila chilometri da una radio privata all’altra, portando dischi, creando una mappa delle radio. Un lavoro immane, e per me che avevo una propensione rock non era proprio il massimo portare in giro dischi di musica leggera, però l’ho fatto.”

Scoprire artisti e dargli la possibilità di emergere e fare del proprio sogno una professione, questo, di fatto, fa un discografico. O meglio questo è quello che dovrebbe fare.
“L’aspetto peggiore di questo lavoro sono gli altri… c’è moltissima gente con poca passione e poco senso di professionalità e di coscienza. Bisogna sempre rendersi conto che abbiamo a che fare con la sensibilità e la passione delle persone, sia degli artisti (che si giocano tutto, la loro vita professionale e privata), sia del pubblico.
Spesso si pensa che bisogna a tutti i costi vendere, anche nascondendo qualcosa. Io penso invece che il consumatore migliore sia quello informato e cosciente.”

Un mercato in continuo mutamento, nel quale si sono persi i punti di riferimento così come le certezze, semmai ce ne fossero mai state.
“È un ambiente che è arrivato ad un punto di esasperazione, ci sono più analizzatori di dati informatici che persone di sensibilità artistica. Si lavora purtroppo più sugli algoritmi che sulle vibrazioni, sulle emozioni. Ricordiamoci sempre che parliamo di musica.
Il sistema cambierà in continuazione ma la cosa importante sono le persone, la preparazione, la passione, l’umiltà di non pensare mai di essere arrivati, questo lavoro è una continua ricerca, una passione che va alimentata con lo studio. Questo vale per tutti, artisti e discografici.
Il lavoro è precario, il modello di business è cambiato anche se la discografia fa finta di niente, non rischia più nessuno, lo scouting non si fa più perché si affida a programmi televisivi oppure a delle etichette indipendenti che si fanno il mazzo per poi vedersi portare via l’artista. Non volendo rischiare, le major vanno a pescare nell’indipendente, tra ciò che è già consolidato, che fa già numeri. 
Ma il mercato non si sa più che cos’è, è quello del vinile che è tornato? Quello di Spotify? Quello delle radio? Se guardi le classifiche, quelle delle radio non corrispondono a quelle della rete, quelle dei dischi non corrispondo alle altre due, sono mercati completamente distinti.”

E i grandi aggregatori, i social e le piattaforme più utilizzate dagli utenti come si rapportano a questo?
“Il problema è che i distributori e gli aggregatori (Google, Facebook, YouTube) stanno facendo i soldi alla faccia dei produttori e degli artisti, senza corrispondere loro una parte significativa e giusta. I ragazzi questa cosa non la capiscono, è un sistema che facilita la diffusione e accresce le potenzialità dell’artista, ma sottraendo le risorse che servirebbero a sostenere il suo lavoro.”

Un mercato discografico che sta perdendo personalità, si massifica e si concentra sul sistema “usa e getta”, il più delle volte. Un mercato che forse avrebbe bisogno di più umanità, più sensibilità artistica e meno calcoli.

Il segreto di Stefano Senardi?
“Più sensibilità, meno calcoli e anche un buon senso dello humour.”

Francesco Galassi

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00  |  Prologo

Ci siamo lasciati a Natale. No, non è il titolo di un brano di Mariah Carey, ma proprio a Natale abbiamo chiuso quel primo, bellissimo, percorso di articoli didattici dal titolo Guida per Musicisti Contabili.
È stato un viaggio all’interno del mercato musicale italiano, per svelarne gli angoli bui, mettere ordine e districarsi nella confusione generale e dilagante di questo ambiente.

Il tutto è stato raccolto in un pdf, scaricabile gratuitamente a questo link, insieme a una serie di strumenti utili a gestire il lavoro del musicista del nuovo millennio:
i-company.it/guidapermusicisticontabili

Vi avevamo promesso una seconda serie ed eccoci qui a presentarvela. 
Questa volta la nostra bandierina si va a posizionare su un campo di battaglia complementare a quello del musicista, ovvero l’intricato mondo degli operatori del settore.

Operatori del settore: sembra una casta, una roba da prima repubblica, lo sono tutti e non lo è nessuno, spesso lo sono addirittura i musicisti stessi, che si ritrovano a coprire i ruoli più disparati per riuscire a portare avanti il proprio progetto artistico.

Internet, la diminuzione delle economie a livello generale, la scarsa propensione verso investimenti coraggiosi, sono elementi che hanno portato negli anni a una diffusione di figure spesso poco professionali e improvvisate, aumentando ancora di più il caos regnante all’interno dell’ambiente musicale.
Diventa fondamentale quindi comprendere le dinamiche del mercato dall’interno, essere coscienti degli elementi essenziali che servono per iniziare la propria avventura e apprendere le nozioni fondamentali per emergere e affermarsi.
Unire la passione per la musica a una professione soddisfacente, per raggiungere l’agognato obiettivo: vivere di musica.

E allora come si diventa manager? O discografico, o stage manager, o agente di booking?
Questa volta non vi risponderemo noi direttamente, ma lo faremo attraverso le parole di chi nei vari ambiti e campi è diventato un punto di riferimento.
Da un’intuizione di Erica Gasaro, un professionista stimato e affermato per ogni ruolo dello scacchiere musicale ci racconterà la propria storia, la propria visione, i propri segreti e qualche previsione sul futuro.

Ancora una volta un articolo a settimana sui canali di iCompany, da oggi e fino al Concerto del Primo Maggio, per conoscere i segreti di importanti professionisti del settore musicale e scoprire come ce l’hanno fatta a diventare i numeri uno nel loro specifico settore operativo.

Alla prossima settimana.

Francesco Galassi

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